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11 March 2010

Il Legno Storto: "Il Summit di Ginevra per i Diritti umani"

Scritto da a cura di Fabio Lucchini

Critica Sociale - "Stiamo vivendo un momento difficile e il nostro obiettivo finale di liberazione non sembra prossimo. Ma dobbiamo continuare a lottare, contando sul sostegno della comunità internazionale e in particolare di paesi amici come l'Italia. In effetti, l'opinione pubblica italiana mostra un grande interesse per la nostra causa e per questo non possiamo che ringraziare."  Sono parole di Caspian Makan, attivista iraniano e fidanzato di Neda Agha-Soltan, la giovane simbolo della protesta dell'Onda Verde contro il regime uccisa nelle strade di Teheran lo scorso mese di giugno. Incontriamo Makan a Ginevra durante il Summit organizzato da una coalizione di Ong in coincidenza con la sessione annuale del Consiglio Onu per i diritti umani.

Scrittore, documentarista e fotografo fuggito dall'Iran in ottobre per evitare di essere processato dal regime, Makan è uno degli ospiti più attesi a Ginevra e nel nostro colloquio riconosce nell'Italia uno dei principali alleati nella lotta del movimento iraniano sorto dopo le contestate elezioni presidenziali dello scorso anno. "Molto probabilmente sarò in Italia nel mese di marzo a Roma e in aprile a Milano. C'è grande interesse per la mia storia (anche Makan ha conosciuto le carceri iraniane, ndr) e anche in Italia ribadirò l'appello che ho lanciato qui a Ginevra nella sessione dedicata all'Iran e alla trasparenza dei processi elettorali nel mondo: chiedo alle Nazioni Unite di impedire all'Iran l'accesso al Consiglio Onu per i diritti umani ". La sessione che ha visto protagonista il dissidente iraniano è stata preceduta da una serie di dibattiti relativi alle questioni più scottanti in agenda.

- La Cina e i diritti: "Pechino teme una Cyber-rivoluzione"
Introdotta dall'ambasciatore Alfred Moses, presidente di UN Watch, Rebiya Kadeer ha aperto i lavori della speciale sessione dedicata alla Cina lanciando un atto d'accusa alla comunità internazionale, poco attenta alle sofferenze dei più deboli. Donna d'affari di successo, Kadeer  ha deciso di dedicare la sua vita alla difesa dei diritti del suo popolo, gli uiguri, il cui territorio è entrato a far parte della Cina a partire dal 1949. Si tratta di venti milioni di persone che occupano un sesto della superficie del grande paese asiatico.  "Abbiamo una storia, una cultura, delle tradizioni e una lingua (che non a caso la dissidente utilizza per rivolgersi alla platea, ndr), ma al governo di Pechino tutto ciò non sembra interessare. Lo stesso nome della nostra terra, Xinjiang (in passato Turkestan), ci è stato imposto da chi non rispetta la nostra originalità." Eppure, quando i comunisti cinesi occuparono la regione garantirono agli uiguri la salvaguardia delle loro prerogative. Una promessa disattesa in diversi ambiti, dalla libertà di culto a quella di intrapresa economica.

"Mi sono costruita una posizione, sono diventata una persona importante e rispettata in Cina", prosegue Kadeer,  "ma non appena ho osato oppormi allo stato delle cose ho conosciuto il carcere e la mia  famiglia è diventata oggetto di persecuzione. Anche i miei figli sono stati incarcerati, a testimonianza della determinazione del governo cinese nel rifiutare qualsiasi forma di dialogo."  E i fatti più recenti non autorizzano di certo l'ottimismo per il futuro. Lo scorso mese di luglio le truppe governative hanno duramente represso una manifestazione uigura convocata per fini pacifici. Arresti, detenzioni e persino torture ed esecuzioni hanno fatto seguito al tentativo di una minoranza di dar voce democraticamente al proprio disagio.
E' un atteggiamento accettabile da parte di un paese che aspira ad assumere un ruolo egemone negli affari globali per il prossimo futuro? Difficilmente. La Cina, pur avendo aderito alla Convenzione contro la Tortura del 1984, continua a ignorare sprezzantemente i moniti della comunità internazionale, celando le proprie responsabilità dietro il paravento della sovranità nazionale, il diritto di uno Stato di occuparsi senza interferenze esterne delle proprie vicende domestiche.

E così Pechino, contando sul fatto che nessuno metterebbe a rischio i propri rapporti con L'Impero di Mezzo per tutelare una minoranza debole e irrilevante, continua nella sua politica di autentico genocidio culturale, secondo la definizione della dissidente uigura. "Stiamo diventando minoranza a casa nostra", avverte, mentre le autorità cinesi fanno di tutto favorire la migrazione di concittadini di etnia han in quello che un tempo era il Turkestan. "Mi auguro che non solo i popoli che vivono discriminati in Cina, ma anche quelli soggetti ai governi autoritari che Pechino sostiene in giro per il mondo rafforzino la propria collaborazione a livello transnazionale per far luce sui soprusi che tutti siamo costretti a subire."

"La vicenda umana di Yang Jianli dovrebbe costituire un ammonimento per le menti più accorte dell'establishment cinese: l'oppressione come metodo per conservare il potere non può durare in eterno", ha ripreso il moderatore Amos Moses, che in quanto cittadino americano si è sentito debitore di una precisazione: "Spesso il mondo occidentale in generale e gli Stati Uniti in particolare vengono accusati di ergersi a paladini dei diritti umani nel mondo senza tuttavia rispettarli pienamente nella loro azione politica. Vorrei ricordare che la forza delle democrazie sta nella volontà di identificare i responsabili delle eventuali violazioni e di procedere a sanzionarli in virtù delle leggi che proteggono i diritti umani nei loro ordinamenti. Possono accadere degli incidenti o degli episodi negativi e gravi anche negli Stati Uniti, e sono capitati, ma non è possibile effettuare un parallelismo con quei regimi dove la repressione politica rappresenta un modus operandi quotidiano e sistematico." Del resto, solo in un sistema democratico sarebbero consentite le veementi discussioni che hanno fatto seguito alla decisione dell'amministrazione Bush di introdurre  forti restrizioni ai diritti civili dopo l'11 settembre o le polemiche relative agli abusi commessi contro i detenuti della base di Guantanamo.

Quasi a completare il ragionamento dell'ambasciatore Moses, lo studioso di origine cinese, reduce di piazza Tienanmen e tuttora impegnato per la democratizzazione  del suo paese d'origine,  ha preso le mosse dai fatti del 4 giugno 1989 per sviluppare il suo intervento al Geneva Summit. Ai suoi occhi Tienanmen ha sancito una rottura insanabile tra l'elite dominante e il resto della popolazione cinese, che da quel momento ha preso coscienza della reale natura del potere costituito.  Quel giorno ha rappresentato la fine delle illusioni, forse anche per qualcuno in Occidente. Quegli eventi contribuirono a spazzare via  ogni parvenza dell'ideologia comunista e collettivista nell'organizzazione economica. Il processo messo in moto da Deng Xiaoping nel 1978 subiva una violenta (in tutti i sensi) accelerazione. Il profitto, la ricchezza e lo sviluppo diventavano i nuovi orizzonti di gloria da perseguire ad ogni costo, sociale e umano. L'unica continuità con il regime maoista risiede oggi nell'ostinato rifiuto a dialogare con gli oppositori e a concedere qualsiasi margine di espressione democratica.

Il risultato di tutto ciò? Tassi di crescita eccezionali (Il 7, l'8, il 9% su base annua), ma anche uno spaventoso squilibrio nella distribuzione del  benessere, con il 70% della ricchezza nazionale nelle mani del 4% della popolazione. Un paese che si avvia a sfidare gli Stati Uniti per la leadership mondiale si permette di lasciare masse sterminate di individui preda della povertà e della fame e senza la benché minima protezione sociale. E' altresì disdicevole che Pechino si stia nei fatti atteggiando a protettore dei più repressivi regimi della terra con cui intrattiene alleanze strategiche e fruttuose relazioni economiche, dall'Iran al Sudan, dalla Corea del Nord al Myanmar.
Molti si chiedono come sia possibile ricomporre le due Cine, attualmente così distanti, senza dar luogo a ulteriori traumi.

"Rule of Law e rispetto per le differenze culturali che esistono nel paese. Questa è la mia risposta", afferma Yang.  "Sono dei presupposti ineludibili, che oggi non trovano alcuna applicazione." La buona volontà nella società civile non manca, anche se le attività che sorgono in questo ambito non hanno grande risonanza. Si sono costituite negli anni diverse reti civiche, che vedono l'impegno di attivisti convinti che con il dialogo si possano ottenere progressi nell'allargamento delle libertà civili. Purtroppo la risposta delle autorità è stata sin qui negativa, traducendosi in arresti e condanne per attività sovversive.  Come noto, anche internet si è attirato l'ostilità del governo, che lo teme in quanto fonte di informazioni e veicolo per la rapida comunicazione di idee. La polizia cinese si è di conseguenza dedicata a una severa e sistematica opera di censura informatica. Sembra che a Pechino non si tema tanto  una sollevazione violenta o una rivoluzione di velluto, quanto piuttosto una cyber-rivoluzione.

Forse, ha concluso Yang, come l'Europa ha dovuto guardare agli Usa per liberarsi dall'incubo nazi-fascista oltre sessant'anni fa, così la società civile cinese dovrà rivolgersi al resto del mondo perché la aiuti a  emanciparsi in virtù di una pacifica ma intransigente pressione politica sul governo di Pechino. In un simile processo la società civile globale dovrà avere un ruolo centrale, perché l'obiettivo non può e non deve essere l'isolamento della Cina, ma la sua contaminazione con i principi libertari e di tolleranza che dovrebbero costituire il bagaglio politico e culturale di un paese di tale rilevanza.

Oltre alle analisi dello studioso cinese, la sessione ha dato spazio alla toccante esperienza personale della monaca tibetana Phuntsok Nyidron, che dopo aver ringraziato la comunità internazionale per il supporto offerto alla sua causa, ha ripercorso i lunghi anni di detenzione nelle prigioni cinesi per avere partecipato a una manifestazione di protesta. Significativo il fatto che la sua condanna sia stata appesantita per la "colpa" di aver registrato in carcere canzoni inneggianti alla libertà.

Al dramma di una gioventù vissuta intermente in prigione, si sono aggiunti negli anni i traumi delle punizioni corporali e delle violenze psicologiche inferte dai suoi aguzzini, che hanno tra l'altro portato alla morte di molti compagni di protesta, pacifica e non violenta. A posteriori suona beffarda la circostanza per la quale tra i capi di accusa formulati contro Nyidron vi fosse la contiguità con il Dalai Lama (che a Pechino viene considerato un pericoloso sovversivo), quando in realtà la monaca non aveva avuto occasione di incontrare l'autorità spirituale prima dell'inizio del suo calvario. Una volta rilasciata, la dissidente tibetana ha trovato ospitalità negli Stati Uniti, dove è rimasta a lungo in cura per rimettersi dallo stato di prostrazione psico-fisica conseguenza della sua prigionia.

- L'autoritarismo è ancora forte nel mondo
Moussada Jalal è una delle figure più ricercate e rispettate al summit di Ginevra, per il suo coraggioso impegno a favore dell'emancipazione della donna in Afghanistan. Intervenendo nella sessione dedicata alle diseguaglianze di genere, la prima candidata donna alla presidenza nella storia del tormentato paese ricorda i mesi successivi alla cacciata dei taliban da Kabul come un momento ricco di speranze e promesse. In seguito a quegli avvenimen

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